Appunti sociali
Quando ti svegli e ti accorgi di aver guadagnato otto milioni e mezzo di euro in più rispetto all'anno precedente –solo per quanto riguarda la quota denunciata, si intende- non puoi che renderti conto che la crisi è veramente finita, se in effetti c'è mai stata. E quando intorno a te si racconta di gente disperata che perde il lavoro, che sale sui tetti, che non sa come soddisfare i fabbisogni più elementari non puoi che gridare contro l'allarmismo dei soliti comunisti, terroristi, fannulloni. Chi alimenta il clima di tensione deve tacere. Devono chiudere le "trasmissioni della sinistra", i giornali devono raccontare "la verità", la tua verità. E chi prova a sostenere il contrario è solo un bugiardo che attenta alla democrazia, che vuol rovesciare la volontà del popolo.
Mi chiedo cosa ancora serva alla gran parte degli Italiani per riconoscere l'alito fetido della dittatura. Forse ritengono che per definirla tale si debba tornare ai pestaggi, alle purghe, al confino, ai tribunali speciali, alla galera e magari alla pena di morte. Ma non è così. Tutto si evolve, si evolvono anche gli strumenti di controllo e di repressione. Se pensiamo che il volto della dittatura sia sempre lo stesso facciamo un errore di valutazione, e purtroppo il rischio c'è. E' nel nostro patrimonio genetico, è impressa nei nostri cromosomi la tendeza a sottovalutare ed a farsi abbindolare. Ce la portiamo dietro come una malattia cronica che si trasmette di generazione in generazione. Arriveremo tardi a renderci conto di quello che sta realmente accadendo.
Ogni giorno compro il giornale, il Manifesto. Leggo anche altri quotidiani. L'Unità, Liberazione, Repubblica, il Corriere della Sera. Visito i loro siti web e di quelli che la rendono disponibile scarico la copia in PDF. Non mancano i vari blog ed uno sguardo al telegiornale, ovviamente non il TG1, quello del regime per intendersi. Faccio di tutto per non perdere una puntata di Annozero e Ballarò. Ci sono anche altri programmi che mi interessano, ma il tempo non è infinito. Cerco di informarmi, un'informazione sparsa durante la giornata, nei ritagli di tempo, nei momenti di pausa, al posto di qualche insulso programma televisivo.
Quando si ricorre alla violenza, quando questa appare come l’unica strada percorribile, è sempre una sconfitta della politica e di una società che si possa definire civile. Subentrata la violenza, il confine fra ragione e torto si fa sempre meno nitido fino a confondersi in un tutt’uno. E per certi versi e punti di vista è anche comodo che sia così. E’ più facile addossare responsabilità a chi magari inizialmente ne sarebbe privo, ma per un gesto d’ira, per uno sfogo mal contenuto finisce anch’egli per divenire criticabile e colpevole. La responsabilità è in verità della pessima gestione delle differenze sociali, della assenza di una sana e funzionale politica della prevenzione, dell’insufficiente supporto all’integrazione, dell’incapacità di creare le condizioni per cui le persone possano sentirsi parte della società e non parte di un sistema emarginante che altro non fa che mettere con le spalle al muro, ridurre le possibilità di vivere in un contesto normale.







